giovedì 13 dicembre 2018

La bottiglietta

Sono mesi -cinque lunghissimi mesi ormai- che traccheggio con questo richiestissimo articolo sul campo nazionale.
Si tratta di una delle esperienze più divertenti ed emozionanti della mia giovane vita, ma per qualche inspiegabile blocco dello scrittore in tutto questo tempo non sono mai riuscita ad andare oltre le sette, otto righe. Introduzioni non all’altezza di un’avventura del genere, ricordi ed emozioni non imprimibili su carta e una resa finale mi hanno totalmente scoraggiata. Ma poi, dopo cinque mesi da questa avventura, in una giornata come tante, in un rarissimo e prezioso momento di noia, mi viene voglia di guardare i video sul campo che sono stati postati su youtube tempo fa.
E, incredibile ma vero, signori, mentre ripenso nostalgica a quei momenti magici, mi arriva una notifica sul telefono. Un insolito messaggio sulla chat di instagram da parte di un profilo sconosciuto mi riporta il cuore direttamente a Vialfré: “Ehi ciao! Sono una scout del gruppo Anzio-Nettuno e aprendo le bottigliette di spirituality ho trovato il tuo nome e pensato di scriverti!” Sarebbe impossibile pretendere di spiegare con chiarezza la sopracitata attività delle bottigliette, ma vi prego, gentili lettori, di credermi quando vi dico che le emozioni scintillanti che provano i bambini piccoli davanti a una sorpresa si ripropongono occasionalmente nella vita dei più grandi e degli esseri in transizione tra l’infanzia e l’età adulta, ed è bellissimo, sempre. Perché nel ricevere questo messaggio, il mio cuore ha fatto un salto per la sorpresa: sono tornata indietro, nel momento esatto in cui, scrivendo il mio nome sul foglietto da mettere nella bottiglietta, mi chiedevo a chi -e se- sarebbe mai arrivato. Poteva essere un ragazzo, una ragazza, primo anno, quarto, capo, vice, ultimo di pattuglia, bello, simpatica, esperto di astronomia o campionessa mondiale di dama cinese. E finalmente scopro, dopo tanto tempo da questi pensieri dubbiosi, che si tratta di Aurora di Anzio-Nettuno, ultimo anno di reparto, molto carina e socievole. E dopo la sorpresa, sento la soddisfazione di chi ha trovato una (piccola) Risposta. Ed è così che decido di rimettermi al lavoro per condividere con voi lettori, scout e non, delle emozioni e delle avventure che io e altri 4500 scout abbiamo avuto l’onore di vivere. Ci sarebbe una lista infinita da fare per elencare tutto ciò che ha reso questo Campo Estivo indimenticabile. I numeri: giganteschi, immensi.
La quantità di esploratori, capi, rover ed esterni che hanno vissuto questi tredici giorni insieme è commovente. Le amicizie che si creano inevitabilmente in questo tipo di eventi: immaginate quanto può essere bello vivere con un’Italia in miniatura, tante regioni diverse in ciascun sottocampo. E visto che l’Italia non ci basta, aggiungiamo un po’ di internazionalità! Francesi, spagnoli, egiziani, inglesi, israeliani, tedeschi e polacchi. Tante lingue, tanti dialetti per rendere più colorate le nostre giornate. Immaginate che bello lo scambio di fazzolettoni e numeri di telefono di esploratori dall’altra parte del Paese, o anche fuori! Le attività: le più avventurose mai fatte, di terra e di acqua. Per esempio, non avrei mai pensato di fare rafting sul Po, in una collaborazione di esplo Roma-Napoli, farmi trascinare dalla sua corrente fredda, pagaiare senza sosta godendo di ogni singolo schizzo d’acqua sul viso. Hebertismo, pionierismo e orientamento utilizzati in modo intelligente e coinvolgente. Persino le Olimpiadi, abbiamo vissuto! Gli spettacoli serali, poi...! Tra musica, teatro e ospiti abbiamo partecipato live alla trasmissione serale dell’anno. Colonna sonora del nostro viaggio: “C’è avventura”, che ho sopportato così poco negli ultimi giorni di campo (non si ascoltava altro!) e che adesso mi piace sempre di più. E chi potrà mai sapere cosa si prova a mangiare scatolame per giorni, e finalmente a sentire il palato ringraziare con un evento culinario speciale, basato sulla condivisione delle tradizioni regionali in cucina? Noi che abbiamo vissuto il Folkorama Day, sì.
E le attività individuali per mettersi alla prova con gente nuova, la vastità di corsi proposti; per citarne solo alcuni, il laboratorio di lavorazione del rame, forgiatura di coltelli, pizza napoletana, scrittura creativa e grafica manuale del manifesto. Insomma, abbiamo imparato di tutto.
Non si può non parlare dell’hike; io auguro a tutti voi che state leggendo di Camminare almeno una volta, di farlo sul serio, di capire davvero la profondità del camminare nei boschi, faticando con lo zaino in spalla, di apprezzare la genuinità della commozione su una vista mozzafiato dall’alto di una montagna, della meraviglia del trovare la Felicità nelle piccole cose: una fonte di acqua fresca, una forma di formaggio regalata da un tuo Capo Reparto, una notte nella stalla e l’alba sui monti con una vera amica affianco.
Magia, signori, parliamo di Magia. E per rendere il tutto completo, tornati al campo, le attività di spiritualità, in cui entrare in contatto con sè stessi, in cui riflettere, commuoversi, ragionare e ritrovarsi a scrivere il proprio nome su un foglietto, da spedire a uno scout CNGEI di chissà dove. Ora, l’elencazione non è sicuramente il modo migliore per descrivere ciò che si prova a vivere un’esperienza così, ma, carissimi lettori, accontentatevi e fidatevi dell’entusiasmo di una ex-esploratrice che non finisce di emozionarsi davanti a dei bei ricordi, come la mappa di Vialfré e della nostra città di tende. Fidatevi degli aneddoti infiniti e divertenti che dei gruppetti di ragazze e ragazzi si raccontano nelle tende, la notte, per ricordare quei bei momenti. Fidatevi dello scoutismo, che è ciò che potrà raccontarvi al meglio cosa vuol dire respirare l’aria pulita di montagna. Fidatevi dello scoutismo, che saprà spiegarvi cos’è la comunità, cos’è la condivisione, cosa sono i valori. Fidatevi di me, quando vi dico che sono stata una dei 4500 fortunati che hanno vissuto il CN 2018 in prima persona. 
 Galatea

lunedì 26 novembre 2018

Ma tu, AI BOYSCAUT, accendi il fuoco con le pietre?

Ciao a tutti! Comincio con un saluto perché ci sono talmente tante cose che vorrei raccontare che non so proprio da che parte cominciare. Forse sarebbe meglio partire dall'inizio, voi che dite? Io sono Flavia, sono nuova, vengo da un gruppo AGESCI ed ho fatto già un anno di reparto. Ho poi deciso di prendere un'altra strada, ho coinvolto dei miei amici ed eccomi qui! Credo di parlare a nome di tutti se dico che questa uscita appena passata è stata davvero indescrivibile, naturalmente in senso positivo. Sabato pomeriggio siamo partiti da Genzano, dal palazzetto dello sport e siamo arrivati a Lanuvio, al Ciampacavallo. La camminata non è stata esagerata come quella dell'uscita precedente ed è stata piacevole.
Il posto è bello, ci ero già stata più volte. Appena arrivati ci siamo messi all'opera e abbiamo montato le tende mentre altri facevano legna, anche se non ce n'era moltissima.
L'ambientazione dell'uscita era “Isola nel Triangolo delle Bermuda”. Dovevamo partire per andare a Santo Domingo, ma poi l'aereo, attraversando una tempesta, è uscito dalla rotta, è entrato in avaria ed è precipitato in mare dividendosi a metà.  Ci siamo ritrovati come naufraghi su un'isola deserta. A quanto pare, sull'isola non eravamo soli e dovevamo spiegare agli individui che la abitavano che eravamo brave persone utilizzando il linguaggio delle immagini.
Ogni pattuglia ha reso l'idea nel modo che credeva più corretto. Successivamente noi nuovi dell' AGESCI abbiamo ricevuto i fazzolettoni e ci siamo sentiti finalmente parte del gruppo.
Durante la cena abbiamo scoperto che l'isola era effettivamente popolata da un altro individuo. Era un naufrago come noi, capitato sull’isola anni fa durante una regata in braca a vela. Matteo sarà un nuovo capo dello staff. Ho notato che molti dei “più anziani” lo conoscevano già, altri come me si sono limitati a sorridere. Durante il fuoco serale Matteo ci ha fatto conoscere diverse cose davvero interessanti su B.P. e di quando si trovava a Mafeking per la guerra.
Al fuoco serale dovevamo anche portare qualcosa che ricordasse l'avventura che avevamo vissuto fino a quel momento cambiando il testo di una canzone e cose simili. Noi Tigri abbiamo modificato le parole della canzone del campo nazionale ed è venuta benissimo! Abbiamo fatto anche dei giochi di Kim (quelli dei 5 sensi).
Alla fine del fuoco abbiamo fatto una staffetta con una candela (uno camminava con una candela accesa in mano facendo attenzione a non farla spegnere. Se si spegneva si doveva ricominciare da capo) e poi siamo andati a dormire.
La mattina seguente, dopo la ginnastica e la colazione, abbiamo imparato nuove tecniche per accendere il fuoco, utilizzando anche l'acciarino medievale, così quando mi chiederanno “Ma tu AI BOY SCOUT  accendi il fuoco con le pietre?” risponderò di sì.


Purtroppo noi Tigri non siamo state proprio il top ad accendere il fuoco, ma in compenso alla gara di cucina che abbiamo fatto subito dopo sì.
Ogni pattuglia doveva cucinare un piatto a base di pesce e noi abbiamo scelto l'orata al cartoccio. Sarà stata la fame ma era buonissima!
Dopo circa una mezz'oretta di tempo libero, in cui abbiamo smontato le tende e lavato le pentole, abbiamo giocato a palla avvelenata, un gioco in cui io sono particolarmente negata, come del resto in tutti quanti i giochi di squadra.
Alla fine della riunione i capi pattuglia hanno fatto la promessa da capi.
E' stata davvero una bella esperienza.
In fondo però lo scoutismo è questo: fare delle esperienze tutti insieme che si ricordano per tutta la vita.


Flavia T. - Pattuglia Tigri




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domenica 20 maggio 2018

Torneo regionale roverino Branca E

L’immagine dei miei capi che quasi mi implorano di giocare, esasperati dalla mia solita partecipazione passiva o svogliata in qualsiasi gioco di squadra, è stata una delle costanti che ha caratterizzato i miei fantastici anni di Reparto. Qui che scrive è un’esploratrice dell’ultimo anno che, per chissà quale processo psicologico, cerca di scoprire in tutte le sue ultime esperienze di reparto l’entusiasmo un po’ nostalgico che aveva ai tempi del primo anno. Qui che scrive è quindi una delle persone meno sportive e competitive di tutto il CNGEI - almeno fino a poco tempo fa - ma allo stesso tempo reduce dalla finale della prima edizione del Torneo Regionale di Roverino nel Lazio, che ha avuto luogo domenica 13 maggio al parco della Caffarella, Roma. Per chi non sapesse cos’è “Roverino”: si tratta del gioco scout più quotato da fare in squadra e all’aperto. Due squadre, un portiere a squadra, un bastone a portiere, un cerchio di gomma (il roverino) da lanciare e centrare con il bastone del portiere. Facile no? No. Tutte le regole che ci sono in mezzo la rendono un’impresa assai ardua: attenzione agli “scalpi”, al numero di passi e passaggi e, nel dubbio, corri, corri sempre! Per fortuna, non si gioca soli. Anzi, la parte più bella è nell’essere parte di una squadra. E te ne accorgi quando, al termine del torneo, senti una sensazione di nostalgia verso il clima che si era creato, l’intesa che stava nascendo fra te, la tua pattuglia e le pattuglie appena conosciute, come se avessi giocato con loro per tutta la vita e quasi vorresti non dover smettere, nonostante il dolore ai muscoli, i piedi che gridano vendetta e il sole che brucia sopra la testa. Il torneo è stata una vera e propria Occasione. Per me ha rappresentato una rivincita verso me stessa, verso tutte le mie convinzioni su quanto fossi inadatta a qualsiasi gioco o sport, anche in ambito scout, ma è stata anche l’opportunità di conoscere persone fantastiche e vivere davvero al meglio quella che avrebbe potuto essere una normalissima domenica mattina. Giocare nella finale di un torneo scout era da sempre stata un’utopia. Da sempre, ammiravo le squadre più forti come se fossero dotate di qualche super potere. Giocando, domenica, mi sono resa conto che l’unico potere è nella squadra, nel divertimento e nella voglia di mettersi in gioco, senza mai prendersi troppo sul serio. Me ne sono resa conto quando, un minuto prima di iniziare a giocare la finale, ho rivelato agitatissima alla mia squadra: “Ho paura.” E Leonardo, il nostro capitano, mi ha risposto: “Ma paura di cosa? Siamo in finale Gala, e anche se non lo fossimo stati, o anche se non dovessimo vincere, dove sarebbe il problema? Siamo la squadra-rivelazione, abbiamo giocato bene e soprattutto ci siamo divertiti! Praticamente abbiamo già vinto!” Ed era vero. Non abbiamo vinto l’ultima partita, non abbiamo ricevuto premi, ma al termine del gioco io ho pianto di gioia. L’emozione della competizione, quella bella e sana, ha cominciato a bollirmi dentro per tutti gli anni in cui l’avevo ignorata.
La consapevolezza di aver giocato bene, non per particolari doti sportive ma per il semplice fatto di aver dato tutta me stessa per divertirmi e per far divertire gli altri giocatori, è stata una sensazione davvero bella e vitale. I miei capi avevano ragione: c’è un motivo se gli scout giocano, se esistono Roverino, Palla Scout, Bandiera Svizzera e tanti altri giochi. Io ci sono arrivata un po’ tardi, forse, ma sono davvero contenta di averlo capito. Così contenta che non vedo l’ora di rotolarmi di nuovo sull’erba, di provare a fare un punto, di correre fino a stancarmi e di condividere questi piccoli momenti di entusiasmo con gli altri. Tutto questo l’ho capito grazie al Torneo. Un evento inaspettatamente bello che spero si ripeta negli anni fino a diventare una tradizione.
 Galatea